Resoconto della conferenza di Roma sulla Repubblica Democratica Popolare di Corea

Luca Tentori Stato e Potenza

Sabato 29 Settembre 2012 si è svolta a Roma la nostra conferenza “La verità contro la propaganda imperialista”, a cui hanno partecipato il segretario dell’ambasciata della Repubblica Democratica Popolare di Corea in Italia, Kim Chun Guk, e l’assistente dell’Ambasciatore, Ro Kumsu. Dopo gli interventi dei rappresentanti di “Stato e Potenza” e della KFA (Korean Friendship Association), ha preso la parola Kim Chun Guk per esprimere un sincero apprezzamento verso la genuina volontà dei “suoi giovani compagni italiani” a far conoscere quanto più possibile la storia, la società e la politica della Repubblica Democratica Popolare di Corea in Italia e nel mondo, dichiarando più volte di sentirsi veramente emozionato e addirittura commosso per le parole e per le iniziative organizzate dalle due sigle politiche.
Contrariamente a quanto molti credono, i Coreani non ignorano affatto le difficoltà e le difficili situazioni a cui il popolo ha dovuto far fronte (e a cui fa fronte tuttora), e il segretario stesso non si è affatto limitato a decantare le doti del proprio Paese, ma anzi ha spiegato la vera e propria realtà dello Stato asiatico senza nessun abbellimento propagandistico, denunciando, forse persino troppo educatamente, le calunnie montate ad hoc dai circuiti (dis)informativi asserviti all’atlantismo. Dopo i ringraziamenti le prime parole di Kim sono state “perché la Corea non è uno Stato come i vostri”, riferendosi al livello di sviluppo generale in diversi settori economici, inferiore a quelli dell’Europa occidentale. Le parole del diplomatico nordcoreano ci hanno portato ai tempi recenti: la vittoriosa lotta per la liberazione dall’invasore giapponese, che per lunghi decenni ha occupato la penisola Coreana.
Il colonialismo giapponese, a differenza di altri tipi di colonialismo (che per quanto aggressivi e deprecabili hanno lasciato in dote diverse infrastrutture o tecnologie in loco, dopo il loro tramonto), non ha lasciato praticamente nulla dietro di sé. L’Impero Nipponico si è semplicemente limitato ad una politica di puro saccheggio cosicché i Coreani, al termine della loro vittoriosa lotta, si sono ritrovati con un’economia ridotta praticamente a zero. Negli anni che vanno dal 1945 al 1950, il popolo coreano si è prodigato in tutti i modi per ricostruire la propria economia ma i suoi sforzi furono nuovamente resi vani dall’aggressione statunitense del 1950-53. In una situazione del genere, risultava impossibile adottare un modello analogo a quello sovietico, che partiva da basi economiche e geopolitiche certamente ben più solide di quelle del piccolo Stato coreano. Ciò che mancava in quella fase era proprio la capacità di raggiungere una piena sovranità. È da qui che il Partito del Lavoro di Corea ha elaborato la sua teoria dell’autosufficienza.
I Coreani, per quanto fosse possibile, avrebbero dovuto costruire da sé il futuro del loro Paese. Gli anni che vanno dal 1953 al 1984 furono gli anni di Chollima, il leggendario cavallo alato che percorre 1.000 ri al giorno. Durante questa fase, l’economia coreana crebbe moltissimo grazie all’impegno dei lavoratori e al fiorente commercio con l’URSS e gli altri Paesi del Comecon. A partire dal 1985, le sciagurate riforme “di struttura” approntate da Mikhail Gorbachev portarono l’URSS alla rovina, e con essa tutti i Paesi con cui il Cremlino aveva importanti rapporti militari ed economici, tra cui proprio la Repubblica Democratica Popolare di Corea. L’apice della crisi giunse negli anni Novanta, quando all’isolamento internazionale si aggiunsero altri tre fattori pesantemente determinanti.
Il primo di questi fu la tremenda serie di alluvioni che flagellarono anno dopo anno la Repubblica Democratica Popolare di Corea causando danni incalcolabili, specie all’agricoltura, e, di conseguenza, una gravissima carestia. Le catastrofi climatiche sono purtroppo sempre state una presenza fissa nella storia coreana, ma in passato era possibile ovviare alle conseguenze più drammatiche, attraverso l’importazione di alimenti e altro materiale dai Paesi alleati. Tutto ciò divenne impossibile nel momento in cui, a partire dal 1991, tutti i potenziali interlocutori internazionali pretendevano pagamenti in dollari e ampie garanzie finanziarie.
Il secondo grave avvenimento fu la morte del Presidente Kim Il Sung nel 1994, proprio quando la crisi era all’apice. Se questo episodio, agli occhi di un osservatore occidentale, può sembrare non così rilevante, diversa è la percezione che invece ha un coreano. Più volte, durante il dibattito, Kim ha nominato la figura del Grande Leader, descrivendolo come una guida e un maestro per tutto il popolo. Viene da sé che la perdita di una figura così importante, praticamente una presenza costante nella vita di ogni coreano, abbia generato in tutta la collettività la sensazione di trovarsi in un labirinto senza uscita.
La terza congiuntura dannosa è stata la ripresa dell’aggressività imperialista che ora, motivata dal crollo del Patto di Varsavia, mirava a completare il criminale disegno iniziato nel 1950, ossia il completo asservimento della Corea all’egemonia degli Stati Uniti, passando naturalmente per la distruzione del Paese. A questo punto, la nuova classe dirigente, rappresentata dal generale Kim Jong Il, si è trovata di fronte ad una situazione difficilissima: da un lato la consapevolezza che la rinuncia alle spese militari avrebbe significato l’indebolimento difensivo della nazione e un presumibile annientamento del Paese (ed i successivi sanguinosi avvenimenti mediorientali, africani e balcanici non possono che confermare la lungimiranza dello statista coreano), dall’altro il ricatto di quasi tutti gli altri Paesi della Nato, che minacciavano di negare qualsiasi forma di aiuto alla Repubblica Democratica Popolare di Corea, se questa non avesse smantellato il suo sistema politico in favore di un regime-change e di una “transizione al mercato”, pensata sul modello della perestrojka.
La politica coreana rispose con la linea del Songun, ossia la priorità alle Forze Armate, cercando di intraprendere relazioni diplomatiche e commerciali con tutti quei Paesi che, in un modo o nell’altro, avevano deciso di non piegarsi ai diktat di Washington e dei suoi alleati. Giocando abilmente le sue carte, il Partito del Lavoro di Corea ha saputo limitare i danni, mantenendo salda la coesione della nazione, senza per questo rinunciare al suo modello economico e culturale socialista, dotandosi di programmi difensivi nucleari e di un forte esercito nazionale, riuscendo così a resistere come Stato sovrano.
Le ferite che hanno dilaniato la Repubblica Democratica Popolare di Corea in quegli anni sono state comunque molto profonde: molti settori dell’economia bloccati e migliaia di morti per fame, freddo e stenti. Ma quale era l’alternativa? La distruzione completa della nazione. Quindi come dare torto a chi ha imboccato questa via? Mentre ricordava quegli anni atroci, la voce del segretario lasciava ben intendere quanto dura fosse stata la prova che la storia ha imposto al suo popolo ma quella sua stessa voce si è poi fatta sicura e decisa nel momento in cui ha iniziato a parlare del superamento di quella fase così difficoltosa e degli anni più recenti. Negli ultimi anni, le relazioni economiche e diplomatiche con la Repubblica Popolare Cinese sono tornate a cementarsi, e ottimi sono tornati i rapporti con Mosca. Il completamento del programma nucleare ha permesso al Paese di godere di una relativa sicurezza sotto il profilo militare, consentendo di ridurre la quota di bilancio statale destinata alle spese militari e di destinare questo disavanzo alle riforme economiche finalizzate al miglioramento del benessere della popolazione, attraverso la produzione e distribuzione di beni di consumo, il miglioramento delle strutture pubbliche e la costruzione di nuovi alloggi popolari (ben 100.000 dal 2009 al 2012, come riferito da uno dei presenti in sala, che ha visitato la Repubblica Democratica Popolare di Corea proprio in quei tre anni). Questo ha consentito anche di procedere con i lavori di manutenzione degli stabili deterioratisi negli anni più difficili, di estendere la durata del percorso di studio gratuito garantito dallo Stato (da 11 a 12 anni di durata complessiva), e di ampliare la rete dei trasporti (che nella Repubblica Democratica Popolare di Corea è al 99% pubblica).
Dopo i problemi dei black-out negli anni Novanta, ora le fabbriche viaggiano a pieno ritmo. Chiaramente c’è ancora moltissimo da fare, e moltissimo da sviluppare ma l’imperativo, a cui tutti i coreani rispondono con zelo, è quello di riprendere il cammino forzatamente interrotto trenta anni fa. Per quanto riguarda il modo in cui la Repubblica Democratica Popolare di Corea si affaccia al resto del mondo, Kim ha espresso nitidamente come il suo Paese abbia intenzione di stabilire relazioni pacifiche ed amichevoli con qualsiasi Stato, in nome del reciproco beneficio, senza che vi siano sorprusi e ricatti da parte di nessuno, ribadendo come anche gli armamenti nucleari tanto demonizzati non servano affatto ad attaccare Seoul o Tokyo, ma semplicemente nella funzione di strumento difensivo.
Al termine del suo discorso, Kim ha espresso la sua fiducia nelle varie figure che si sono alternate alla guida del Paese, poiché tutte quante non sono mai venuto meno al modello di sviluppo socialista che ha finora garantito un livello di vita dignitoso a tutto il popolo coreano. Il segretario Ro, terminando il suo discorso, ha congedato i presenti in sala, sostenendo: “Ci auguriamo un futuro prospero sotto la bandiera rossa del socialismo”.

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