Due chiacchiere con l’autore del libro “Songun”

Intervista ad Alessandro Lattanzio

a cura di Lorenzo Scala

Abbiamo incontrato Alessandro Lattanzio, redattore della Rivista “Eurasia” e autore di numerosi saggi, tra cui Atomo Rosso (Fuoco Edizioni, 2009) e Potere Globale (Fuoco Edizioni, 2010), nonché collaboratore del nostro giornale multimediale. E’ in uscita il suo ultimo lavoro, totalmente dedicato alle politiche strategiche della Corea del Nord, dal titolo emblematico: “Songun – antimperialismo e identità nazionale nella Corea socialista”. Andiamo a saperne di più.


Kim Il Sung, Presidente Eterno della Repubblica Popolare Democratica di Corea iniziò a teorizzare la dottrina militare del Songun (letteralmente “esercito al centro”). Secondo il Segretario Generale del Partito del Lavoro di Corea, l’unica cosa che avrebbe salvato lo stato centralizzato e socialista della Corea del Nord sarebbe stato lo sviluppo progressivo delle forze armate. Quali furono le motivazioni geopolitiche e geostrategiche che portarono Kim Il Sung alla elaborazione del Songun? In che misura è mutato il potenziale bellico dell’Armata Popolare Coreana nel corso degli ultimi vent’anni, avendo Kim Jong Il destinato oltre 30% del PIL nordcoreano al suo rafforzamento materiale?
Il contesto dell’adozione del Songun è la crisi di metà anni ’90, quando Pyongyang dovette affrontare le conseguenze geopolitiche del crollo del blocco del Patto di Varsavia-Comecon. Pyongyang subì la drastica decurtazione o addirittura la sospensione degli aiuti provenienti dall’ex URSS. La Cina era impegnata nel processo di riforme economiche interne, e non poteva allora, dedicare eccessiva attenzione alla questione coreana. A fronte di ciò, Seoul e soprattutto Washington, scorgevano la possibilità di infliggere alla Corea democratica lo stesso destino riservato alla Repubblica Democratica Tedesca.
Il Songun venne adottato all’indomani del fallimento della politica di concessioni, sul nucleare, avviata verso Washington. In cambio dell’abbandono del programma nucleare, gli USA promettevano l’invio di aiuti come petrolio e grano. Ma questi aiuti, promessi, non si concretizzarono mai. La speranza di Washington era che Kim Il-Sung adottasse lo stesso approccio intrapreso dalla cricca gorbacioviana a Mosca, ovvero l’appiattimento ai desiderata statunitensi. Ovviamente un simile esperimento non poteva ripetersi, stante anche la diversa natura ed esperienza del Partito dei Lavoratori di Corea rispetto al PCUS post-brezhneviano.
Il Songun è un piano di razionalizzazione della pianificazione centralizzata; convergere le risorse verso i settori di punta dell’economia nordcoreana: nucleare, missilistica, e degli armamenti, ma anche informatica, verso cui si sono devoluti notevoli investimenti. Tutto ciò non solo a ragione della costituzione di una difesa tale da scoraggiare una qualsiasi velleità di revanscismo armato da parte delle frange estremiste sudcoreane e di Washington; ma anche per creare e ampliare il mercato di sbocco dell’industria nordcoreana, una industria essenzialmente bellica. Si tratta di una strada quasi inevitabile, Pyongynag ha sempre investito nell’industria pesante, meccanica e siderurgica e stante la scarsità attuale di investimenti industriali, non può di certo fare concorrenza ai prodotti di consumo di massa sudcoreani o taiwanesi, ne uscirebbe perdente, perciò ha puntato al mercato internazionale degli armamenti per potere rastrellare valuta estera da utilizzare per gli investimenti interni. Questo almeno fino a quando i rapporti economico-commerciali con Beijing e Mosca non permetteranno di modificare l’attuale politica economica di Pyongyang. Cosa che potrebbe accadere nei prossimi anni, visto il rafforzarsi geoeconomico di Cina e Russia, e la tendenza di Giappone e Corea del sud a gestire i conflitti regionali sempre più autonomamente da una Washington sempre più debole, per sovraestensione militar-diplomatica, sul piano internazionale.
L’influenza del Songun, sul piano prettamente tecnico-militare, si è fatta sentire: ad esempio è stato creato e sviluppato notevolmente il ramo delle forze armate popolari dedicato alla cyberguerra, alla guerra informatica. Inoltre, si sono sviluppati i programmi tradizionalmente più avanzati del complesso militar-industrial-scientifico nordcoreano: la missilistica, l’artiglieria e le truppe corazzate, essendo invece notevolmente costoso investire, e facendo concorrenza, nei settori tecnico-militari cui eccelle l’industria bellica statunitense: l’aerospaziale e navale.

Gli Stati Uniti d’America ed il blocco NATO non mancano di esprimere disapprovazione per il programma nucleare nordcoreano, da loro considerato come una “seria minaccia per la comunità internazionale”. Secondo i portavoce di Pyongyang però, esso andrebbe interpretato come una semplice misura difensiva, da utilizzare come deterrente per un’eventuale aggressione straniera. Quali sono le vere cause che hanno portato, nel 2008, alla riattivazione della centrale nucleare di Yongbyon e alla fuoriuscita della Repubblica Popolare Democratica di Corea dal Trattato di non proliferazione nucleare(TNP)?
R) le cause di questo ripensamento risiedono nelle stesse motivazioni che hanno spinto Pyongyang ad adottare il Songun: l’inaffidabilità e gli scopi ultimi di fondo dell’azione politica di Washington. Dopo gli ultimi accordi, nei colloqui a sei, sullo smantellamento del programma nucleare nordcoreano, a fronte della parziale disattivazione del reattore di Yongbon, gli USA non hanno corrisposto nessuna azione concreta, scaricando la parte positiva dell’accordo su Seoul, e ignorando la propria parte nell’accordo: ancora una volta, la consegna di petrolio e di due reattori nucleari ad acqua leggera. Inoltre, la reiterata retorica sull”Asse del Male’ da parte di Washington, e il rafforzamento della presenza militare statunitense nella penisola coreana, non hanno di certo convinto Pyongyang a privarsi dell’unico scudo che garantisce da una qualsiasi aggressione imperialista: il possesso di un arsenale strategico. Una mossa la cui efficacia è ben dimostrata dai casi iracheno e libico, e in negativo, da quello iraniano e pakistano, dove il timore di una eventuale rappresaglia nucleare, ha trattenuto Washington e Telaviv dallo sfoderare gli artigli.

Negli ultimi mesi, il governo della Repubblica Popolare Democratica di Corea ha richiesto agli alleati russo e cinese la ripresa dei colloqui a sei. Inoltre, si è detto favorevole ad un dialogo più esteso con Seoul e ad un disarmo nucleare bilaterale della Penisola Coreana. Come giudica le posizioni nordcoreane sopracitate ? Da cosa crede che dipendano invece le decisioni della Corea del Sud in merito?
Pyongyang ha posto al di sopra di tutto la firma del trattato di pace con Washington; in Corea vige tuttora un semplice armistizio, firmato nel 1953. Con il trattato di pace, Pyongyang pretende una garanzia diplomatica dagli USA. Nel caso dovesse esplodere un conflitto, il presidente degli USA dovrebbe riferire e chiedere poteri al Congresso degli USA, limitando i propri poteri decisionali. A Seoul vi sono due linee essenzialmente contrastanti riguardo alla pilitica di unificazione: una erede del dittatore Syngman Ri, il fantoccio statunitense posto a capo della Corea del sud e corresponsabile, assieme all’allora segretario di stato USA Allen Dulles, dell’esplosione della Guerra di Corea nel giugno 1950. L’altra corrente fa capo al generale Pak Jung-Hi che a metà degli anni ’60 avviò la modernizzazione economico-industriale autoritaria della Corea del sud, adottando anche metodi e modalità riprese dal modello maoista, e perfino dalla Corea democratica. Pak Jung-Hi venne assassinato nel 1980, durante il colpo di stato che inaugurò il periodo delle giunte militari a Seoul. Solo negli anni ’90 Seoul intraprese dei passi di riavvicinamento con Pyongyang. Ma l’attuale leadership sudcoreana ha inalberato nuovamente la bandiera di Syngman Ri, anche per tenere sotto controllo la situazione sociale ed economica interna, sottoposta a fine anni ’90 a un pesante piano di ‘ristrutturazione’ finanziario-industriale, a guida statunitense, che quasi distruggeva l’eredità di Pak. Ma il piano è andato vano, anche per l’intervento della Cina e della Russia che hanno investito nel recupero industriale sudcoreano. Un fattore che frena le mosse del partito bellicista sudcoreano, e modera l’influenza statunitense.

Cosa ci dice invece del programma missilistico della Repubblica Popolare Democratica di Corea? Qual è il suo grado di sviluppo ed efficienza?
Il programma missilistico nordcoreano risale agli anni ’60. Dai progetti sovietici, come il missile Kometa (noto in occidente come Scud), l’industria nordcoreana ha tratto una amplia serie di missili a corto raggio o tattici. Centinaia son stati venduti a diversi paesi del Terzo Mondo, rafforzandoli sl piano militare, e rendendo perciò più caute le mosse imperialiste nei loro confronti. Ad esempio, la Siria è una dei maggiori clienti di Pyongyang, mentre i programmi di cooperazione missilistica con Pyongyang, che hanno riguardato Tehran e Islamabad (e forse anche Taipei) hanno portato alla nascita, in quei rispettivi stati, di una locale industria missilistica. Rafforzandone il peso regionale e la capacità di resistere alle pressioni statunitensi.
Il programma missilistico nordcoreano ha ripreso slancio a fine anni ’80, e poi con il Songun, sviluppando una gamma di missili di teatro, pensati più che altro sia a colpire le basi statunitensi nell’oceano Pacifico, sia a creare, nell’ambito dello sviluppo tecnico-scientifico auto-centrato, un proprio programma spaziale volto ad assicurare alla Corea democratica, sul lungo termine, una propria indipendenza anche nella cosmonautica e nei settori correlati: telecomunicazioni, meteorologia, sistemi di navigazione, ecc.

I media occidentali parlano spesso dei programmi nucleare e missilistico nordcoreani a discapito di quelli spaziale e bio-chimico, che invece godono di grande attenzione da parte del governo di Pyongyang. Anche lei, nel suo libro, dedica ad essi ben due capitoli. Può fornirci qualche informazione in più?
Il programma bio-chimico (BC) rientra nei processi di sviluppo degli arsenali strategici di quei paesi che, non avendo accesso all’energia nucleare, puntarono sulle armi chimiche e batteriologiche per possedere un arsenale strategico che svolgesse un suo ruolo di deterrenza nei confronti delle superpotenze, notamente gli USA. Al contrario dei missili e delle armi nucleari, i cui effetti sono immediatamente visibili quando vengono testati, le armi BC non lasciano tracce ‘spettacolari’ nel loro impiego. Perciò, sono facilmente occultabili, anche perché impiegano come vettori proiettili, bombe, razzi e testate esternamente indistinguibili da quelli con munizionamento convenzionale. Questo aspetto è un motivo della scarsa attenzione da parte dei media occidentali, oltre al fatto che il ‘dual use’, cioè la doppia natura civile e militare dei componenti che costituiscono tali armi, rende di per sé di difficile la lettura della natura dei programmi tecnico-scientifico-industriali ad essi correlati.

Immediatamente dopo la relativa fine della Guerra di Corea vi sono stati continui scontri militari ed incomprensioni fra le forze marittime nordcoreane e sudcoreane. Gli ultimi due scenari di alta tensione li abbiamo avuti l’anno scorso. Nel primo caso, Seoul ha semplicemente accusato la Repubblica Popolare Democratica di Corea di aver deliberamene affondato la corvetta sudcoreana Cheonan, causando la morte di 46 marinai. Nel secondo invece, gli uomini di Pyongyang hanno bombardato l’Isola meridionale di Yeonpyeong in risposta (secondo la televisione di stato del Nord, la Korean Central News Agency) ad un lancio missilistico del Sud. Come mai queste scaramucce tardano ad esaurirsi? Secondo lei, a chi è attribuibile la responsabilità?
Come ho già sopra detto, ai vertici politico-militari di Seoul si agitano almeno due anime diverse. E ciò può sfociare in manifestazioni e azioni esternamente di difficile lettura. Ad esempio, se il bombardamento dell’Isola di Yeonpyeong è una reazione, forse spropositata, a una esercitazione particolarmente provocatoria da parte delle forze armate sudcoreane, l’incidente della Cheonan ha effettivamente connotati oscuri e assai problematici. Ad esempio Seoul si è sempre rifiutata di far analizzare ad esperti non-occidentali i reperti del naufragio e del presunto siluro nordcoreano che avrebbe causato la tragedia. Seoul ha respinto così commissioni nordcoreane, cinesi e russe, concedendo l’autorizzazione invece a esperti australiani, statunitensi o dell’ONU, guidata però dal segretario generale sudcoreano Ban Ky-Mun.

La Corea del Nord non tollera minimamente ingerenze straniere nei suoi affari interni, né tantomeno sconfinamenti territoriali o provocazioni militari. Nonostante questo però, la United States Navy (marina statunitense) e la Daehanminguk Haegun (marina sudcoreana) compiono ogni anno esercitazioni militari nel Mar Giallo. Come mai, secondo lei, Washington e Seoul non si curano degli ammonimenti della Repubblica Poplare Democratica di Corea? Come giudica in questi casi l’atteggiamento della diplomazia nordcoreana?
Rientra nella politica di Washington suaccennata, creare dall’esterno una situazione di tensione interna in Corea del nord, tale da far scaturire una reazione ‘gorbacioviana’ nel Partito dei Lavoratori. Costringere Pyongyang alla scelta tra spendere una quota sempre più alta del proprio PIL in investimenti militari, o adottare una politica di ‘apertura’ tale da provocare lo scardinamento del sistema demopopolare nordcoreano. Pyongyang, ha sempre reagito su due binari, da una parte avanzando comunque la propria disponibilità al dialogo, ma dall’altra facendo presente, a Seoul e a Washington, di voler risolutamente mantenere il pieno controllo sul destino geopolitico e sull’indirizzo ideologico-culturale della Repubblica Popolare Democratica di Corea.

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